Nell’era dell’intelligenza artificiale è meglio essere STEM o non-STEM?

Evidenza dai mercati del lavoro e implicazioni per la formazione superiore

Intelligenza artificiale
Lavoro
Formazione
L’articolo esamina se la diffusione dell’intelligenza artificiale renda relativamente più vantaggiosa una formazione tecnico-scientifica (STEM) o una formazione economica, giuridica, umanistica o sociale.
Autore/Autrice

Paolo Volterra

Data di Pubblicazione

6 agosto 2026

Sommario

L’articolo esamina se la diffusione dell’intelligenza artificiale renda relativamente più vantaggiosa una formazione tecnico-scientifica (STEM) o una formazione economica, giuridica, umanistica o sociale. Utilizzando dati Istat sui laureati italiani e la letteratura recente di FMI, OCSE, ILO e Banca europea per gli investimenti sull’esposizione occupazionale all’IA, l’articolo mostra che nessuna delle due aree gode di una protezione automatica: le competenze tecniche restano centrali per costruire e governare i sistemi di IA, ma sono vulnerabili quando restano puramente esecutive, mentre le competenze di dominio non tecnico acquistano valore nella formulazione dei problemi, nella verifica dei risultati e nell’assunzione di responsabilità. Il profilo più solido nel mercato del lavoro emergente è quindi ibrido: specializzazione disciplinare profonda unita a un livello sufficiente di alfabetizzazione statistica e digitale. Un’ultima sezione affronta il problema simmetrico dal lato dell’impresa, mostrando che i maggiori guadagni di produttività derivano dall’integrazione sistemica dell’IA nei processi aziendali, non dal solo utilizzo individuale di strumenti da parte dei dipendenti.

Parole chiave

intelligenza artificiale, STEM, mercato del lavoro, istruzione superiore, competenze digitali, esposizione occupazionale

Composizione astratta: una griglia reticolare a sinistra sfuma progressivamente in linee organiche fluide a destra, a rappresentare la convergenza tra competenze tecniche e discipline non tecniche

1 Introduzione

La diffusione dell’intelligenza artificiale generativa ha riaperto una domanda già presente nel dibattito sull’istruzione superiore: conviene possedere una formazione STEM, cioè in scienze, tecnologia, ingegneria e matematica, oppure una formazione in ambito economico, giuridico, umanistico o sociale? La domanda nasce da un’osservazione corretta: l’intelligenza artificiale è in grado di scrivere codice, produrre testi, analizzare dati e generare prime versioni di documenti tecnici, e quindi cambia il valore relativo delle competenze che il mercato del lavoro premia.

La risposta più solida a questa domanda non consiste nell’indicare un vincitore assoluto tra le due aree. L’intelligenza artificiale aumenta il valore delle competenze tecniche necessarie per costruire, mantenere e governare i sistemi, ma allo stesso tempo rende più importanti le conoscenze di dominio, il giudizio critico e la capacità di comprendere persone, organizzazioni e istituzioni. Il profilo più solido nel prossimo mercato del lavoro è quindi ibrido: una specializzazione disciplinare profonda, in un campo tecnico o non tecnico, accompagnata da competenze quantitative, digitali e metodologiche sufficienti a usare e verificare l’output dell’intelligenza artificiale. Questo articolo sviluppa questa tesi attraverso tre passaggi: prima descrive quanti laureati italiani hanno oggi una formazione STEM e con quali caratteristiche occupazionali; poi analizza la letteratura economica recente sull’esposizione dei diversi lavori all’intelligenza artificiale, distinguendo tra competenze tecniche esecutive e competenze di dominio; infine trae le implicazioni per chi deve orientare oggi un percorso di studi o di aggiornamento professionale.

2 Il quadro italiano: chi si forma in ambito STEM

In Italia la discussione sulla formazione STEM riguarda una minoranza dei laureati. Nel 2024 soltanto il 23,6% dei laureati tra 30 e 34 anni possedeva un titolo STEM, contro il 76,4% con titoli appartenenti ad altre aree disciplinari. La quota STEM raggiungeva il 36,9% tra gli uomini e scendeva al 15,0% tra le donne, un divario di genere che si è mantenuto ampio nel tempo [1]. È utile ricordare che, nella classificazione utilizzata dall’Istat, l’area medico-sanitaria e farmaceutica è distinta dalle discipline STEM propriamente dette: il confronto numerico non misura quindi il valore relativo delle due formazioni, ma mostra che la maggior parte del capitale umano qualificato italiano proviene da campi non-STEM.

I dati Istat più recenti permettono anche di collocare questo quadro in un contesto più ampio, relativo alle condizioni occupazionali dei laureati indipendentemente dall’area di studio. Il tasso di occupazione dei 30-34enni con titolo terziario si attesta all’84,9%, in miglioramento di 0,9 punti rispetto all’anno precedente ma ancora 4,3 punti sotto la media dell’Unione europea. Il divario territoriale resta significativo mentre si sta riducendo: tra i laureati di questa fascia d’età, il tasso di occupazione è del 91,1% nel Nord Italia contro il 73,3% nel Mezzogiorno, una differenza di 17,8 punti che nel 2018 era di 26,5 punti. Un dato meno intuitivo riguarda la stabilità contrattuale: tra i 25-34enni, la quota di occupati con contratto a termine è più alta tra chi possiede un titolo terziario (26,1%) che tra chi ha un diploma di scuola secondaria superiore (21,9%) o un titolo di studio inferiore (25,6%). Il possesso di una laurea, in questa fascia d’età, non riduce dunque automaticamente l’esposizione alla precarietà contrattuale [1].

Indicatore Valore Nota
0 Divario occupazionale Nord-Mezzogiorno (30-34e... 17,8 punti (91,1% Nord vs 73,3% Mezzogiorno) In calo dai 26,5 punti del 2018
1 Tasso di occupazione 30-34enni, titolo terziario 84,9% (-4,3 punti rispetto alla media UE) +0,9 punti rispetto al 2023
2 Quota contratti a termine, 25-34enni con titol... 26,1% Quota più alta rispetto al diploma secondario
3 Quota contratti a termine, 25-34enni con diplo... 21,9% Quota di riferimento per il confronto

Tabella 1: Indicatori occupazionali dei laureati 30-34 anni in Italia, 2024

La disparità di genere nella scelta di un percorso STEM emerge con chiarezza mettendo a confronto la quota complessiva con quella disaggregata per sesso, come mostra la Figura 1.

Figura 1: Quota di laureati 30-34 anni con titolo STEM, per genere, Italia 2024

3 I vantaggi di una formazione STEM

Una laurea STEM offre vantaggi evidenti nel contesto attuale. Fornisce strumenti matematici, statistici e informatici utili per comprendere come funzionano i modelli di intelligenza artificiale, valutarne le prestazioni, riconoscerne i limiti e intervenire sui dati e sul codice sottostante. La crescente domanda di competenze in intelligenza artificiale, big data, reti e sicurezza informatica conferma che una parte importante dei nuovi lavori richiederà capacità tecnologiche specialistiche. Secondo il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum, intelligenza artificiale e big data costituiscono la categoria di competenze destinata a crescere più rapidamente fino al 2030 [2]. Chi progetta modelli, infrastrutture, sistemi di sicurezza o applicazioni scientifiche avanzate continuerà quindi ad avere bisogno di una formazione tecnica solida.

Questo vantaggio, tuttavia, non è automatico né uniforme. La Banca europea per gli investimenti osserva che in Europa la quota di lavoratori con formazione STEM resta comparativamente bassa rispetto ad altre economie avanzate, e che il crescente addensamento di personale qualificato in settori a bassa produttività limita l’uso efficace di queste competenze anche dove la formazione è disponibile. Le cause principali indicate sono le barriere alla mobilità del lavoro e i disallineamenti tra le competenze offerte dai laureati e quelle effettivamente richieste dalle imprese [3]. In altre parole, avere una formazione tecnica non basta se il sistema economico non è in grado di allocare quella competenza dove genera il massimo valore aggiunto: il vantaggio individuale di una laurea STEM dipende quindi anche da fattori strutturali che vanno oltre la scelta formativa del singolo studente.

4 Le competenze richieste nei lavori esposti all’intelligenza artificiale

Un secondo elemento importante riguarda il tipo di competenze effettivamente richieste nei lavori più esposti all’intelligenza artificiale, che non coincidono necessariamente con competenze tecniche specialistiche. L’OCSE osserva che la maggior parte delle persone che lavorerà a contatto con l’intelligenza artificiale non avrà bisogno di competenze specialistiche di IA in senso stretto. Nelle professioni maggiormente esposte risultano particolarmente richieste competenze manageriali e aziendali, insieme a capacità cognitive, sociali e digitali di base; nelle offerte di lavoro analizzate dall’OCSE, la domanda di queste competenze trasversali è inoltre aumentata nel tempo [4]. Questa evidenza riprende l’impianto empirico dei rapporti flagship dell’OCSE sull’esposizione e la complementarità occupazionale rispetto all’intelligenza artificiale, tra cui l’Employment Outlook 2023 [5] e, più di recente, un’analisi dedicata al mercato del lavoro giapponese, che conferma un quadro simile anche in un contesto nazionale diverso da quello europeo [6]. La tecnologia diventa quindi una componente trasversale del lavoro, paragonabile per diffusione al foglio elettronico o a Internet, pur con effetti potenzialmente più profondi sulla organizzazione dei compiti.

5 Il problema dal lato dell’impresa: potenziare il singolo o costruire soluzioni aziendali

Fin qui la discussione ha riguardato le competenze del singolo lavoratore. Un problema distinto, e altrettanto rilevante, riguarda l’impresa: conviene concentrare gli sforzi sul potenziamento delle capacità individuali dei dipendenti, lasciando che ciascuno adotti autonomamente strumenti di intelligenza artificiale nel proprio lavoro, oppure l’impresa deve costruire soluzioni proprie, integrate nei processi aziendali, che il dipendente utilizza secondo procedure predefinite? La letteratura disponibile non affronta direttamente questa alternativa in questi termini, ma i dati sull’adozione dell’intelligenza artificiale a livello di impresa offrono alcune indicazioni indirette.

L’analisi della Banca europea per gli investimenti mostra che l’adozione dell’intelligenza artificiale ha già contribuito per circa il 12% all’aumento complessivo di produttività delle imprese dell’Unione europea registrato dal 2019, con un incremento annuo stimato in 0,34 punti percentuali di produttività aggregata tra il 2019 e il 2025, particolarmente marcato nel settore manifatturiero ad alta tecnologia [3]. Questo guadagno non si distribuisce però in modo uniforme tra le imprese. Le imprese di maggiori dimensioni catturano la quota prevalente dei benefici, mentre le piccole e medie imprese mostrano tassi di adozione più bassi, un divario legato ai costi di integrazione dell’intelligenza artificiale nei processi esistenti più che a una carenza di competenze dei singoli dipendenti [3]. La rilevazione sugli investimenti condotta dalla stessa banca su un campione di imprese europee documenta livelli di adozione delle tecnologie digitali, tra cui l’intelligenza artificiale e l’analisi di grandi quantità di dati, differenziati per settore e dimensione d’impresa [7].

Un elemento più diretto riguarda il tipo di investimento che genera i maggiori guadagni di produttività. Le imprese che investono in intelligenza artificiale generativa integrandola in due o più aree applicative del proprio processo produttivo registrano un aumento di produttività totale dei fattori vicino al 30%, contro circa il 25% per le imprese che investono in una sola area applicativa e un guadagno non significativo per le imprese che non investono affatto [3]. Il dato suggerisce che il beneficio maggiore deriva da un’integrazione sistemica dell’intelligenza artificiale nei processi aziendali, non dalla semplice disponibilità di strumenti che il singolo dipendente utilizza in modo isolato. Il vincolo più stringente per molte imprese, in particolare le più piccole, sembra quindi essere non la capacità individuale dei dipendenti di usare l’intelligenza artificiale, ma la capacità organizzativa di ridisegnare i processi attorno ad essa: un problema di investimento e di governance interna, prima ancora che di formazione del personale.

6 Esposizione all’intelligenza artificiale e trasformazione del lavoro

La distinzione decisiva non passa nemmeno tra lavori intellettuali, considerati protetti, e lavori ripetitivi, considerati sostituibili. L’intelligenza artificiale generativa interviene direttamente sul linguaggio, sul codice, sulle immagini e sull’elaborazione delle informazioni, esponendo quindi molte professioni qualificate che in passato erano considerate al riparo dall’automazione. Il Fondo monetario internazionale stima che nelle economie avanzate circa il 60% dell’occupazione sia interessato dall’intelligenza artificiale. Per una parte di questi lavori la tecnologia può integrare l’attività umana e aumentarne la produttività; per un’altra parte può eseguire compiti precedentemente affidati alle persone, riducendo la domanda di lavoro corrispondente [8].

L’Organizzazione internazionale del lavoro giunge tuttavia a una conclusione importante su questo punto: l’esposizione all’intelligenza artificiale non coincide automaticamente con la sostituzione del lavoratore. Poiché quasi tutte le professioni comprendono un insieme diversificato di attività, molte delle quali richiedono ancora un contributo umano non riproducibile dalla macchina, l’esito più probabile a livello aggregato è la trasformazione dei lavori esistenti, non la loro completa scomparsa [9]. Una rassegna della letteratura accademica su imprese, mercato del lavoro e composizione delle competenze conferma questo quadro generale, evidenziando effetti eterogenei dell’intelligenza artificiale a seconda del settore produttivo e del contesto istituzionale in cui le imprese operano [10].

7 La vulnerabilità delle competenze tecniche puramente esecutive

Da questa evidenza deriva una conclusione che riguarda direttamente la scelta tra formazione STEM e non-STEM: anche una formazione tecnica può risultare vulnerabile se resta puramente esecutiva. L’intelligenza artificiale è già in grado di produrre codice standard, risolvere esercizi noti, riassumere letteratura tecnica e generare prime versioni di analisi statistiche. Un tecnico che si limita a eseguire procedure note, senza comprendere il problema economico, scientifico o organizzativo sottostante, può subire la stessa pressione competitiva a cui è esposto chi produce testi amministrativi standardizzati.

Un aggiornamento del 2026 dell’analisi del Fondo monetario internazionale conferma questo rischio con dati più recenti, introducendo uno Skill Imbalance Index costruito sugli annunci di lavoro. Gli annunci che richiedono esplicitamente competenze in intelligenza artificiale pagano un premio salariale più alto rispetto agli annunci comparabili senza questo requisito. Allo stesso tempo, però, la diffusione di queste competenze nel mercato del lavoro è associata a una minore occupazione proprio nelle professioni caratterizzate da alta esposizione all’intelligenza artificiale e bassa complementarità con essa, cioè nelle professioni in cui il compito umano è più facilmente riproducibile dalla macchina anziché rafforzato da essa. Questo problema colpisce in particolare i lavoratori più giovani, spesso neolaureati STEM alle prime esperienze professionali, che hanno meno margine per dimostrare competenze di giudizio e contesto non ancora acquisite con l’esperienza [11]. Simmetricamente, un laureato non-STEM che rifiuta l’uso di dati, statistica e strumenti digitali rischia di dipendere eccessivamente dalle risposte prodotte dalla macchina, senza essere in grado di verificarle. In entrambi i casi il pericolo nasce dalla stessa causa: una competenza troppo stretta e procedurale, indipendentemente dal fatto che sia di tipo tecnico o umanistico.

8 Il valore della conoscenza di dominio

Le discipline non-STEM conservano un vantaggio specifico quando forniscono una reale conoscenza di dominio, non sostituibile da un modello linguistico generico. Diritto, economia, storia, filosofia, psicologia e scienze sociali aiutano a definire correttamente gli obiettivi di un’analisi, a interpretare il contesto in cui un risultato verrà utilizzato e a valutare conseguenze che non possono essere ricavate automaticamente dai dati. Un modello di intelligenza artificiale può stimare la probabilità di insolvenza di un debitore, ma non stabilisce da solo se le variabili utilizzate siano economicamente sensate, se producano discriminazioni indirette verso alcuni gruppi, se rispettino la regolamentazione applicabile o se il risultato sia adatto alla decisione concreta che deve essere presa. Allo stesso modo, generare un testo giuridico con l’assistenza di un modello linguistico non equivale ad assumersi la responsabilità della sua interpretazione e delle sue conseguenze pratiche. Quanto più l’intelligenza artificiale rende economica la produzione di una prima risposta a basso costo, tanto più acquistano valore relativo la scelta della domanda corretta da porre, la verifica delle fonti utilizzate e il giudizio finale sul risultato prodotto.

9 Competenze trasversali e complementarità con l’intelligenza artificiale

Le competenze umane più generali non rappresentano un’alternativa nostalgica alla tecnologia, ma un complemento necessario al suo utilizzo produttivo. Il World Economic Forum colloca, accanto alle competenze in intelligenza artificiale e big data, il pensiero analitico e creativo, la resilienza, la curiosità, la leadership e la capacità di collaborazione tra le competenze destinate a restare centrali nel mercato del lavoro fino al 2030 [2]. La loro utilità aumenta proprio perché l’intelligenza artificiale produce rapidamente un numero elevato di soluzioni plausibili a un dato problema: qualcuno deve confrontarle tra loro, riconoscere gli errori presenti, spiegare le scelte fatte a chi non ha competenze tecniche e rispondere delle conseguenze delle decisioni prese sulla base di quell’output. La capacità di comunicare con persone diverse, di comprendere conflitti di interesse tra le parti coinvolte e di inserire un singolo risultato tecnico all’interno di una strategia più ampia diventa quindi complementare, e non alternativa, alla capacità tecnica.

10 Implicazioni per la scelta formativa

La scelta migliore non è pertanto tra un percorso STEM e un percorso non-STEM, ma tra una formazione chiusa, limitata a procedure standardizzate, e una formazione capace di integrarsi con l’intelligenza artificiale mantenendo un giudizio autonomo sul suo output. Per uno studente STEM questo significa aggiungere alla propria preparazione tecnica conoscenze economiche, etiche, giuridiche e comunicative, necessarie per collocare correttamente il proprio lavoro tecnico in un contesto organizzativo e sociale. Per uno studente non-STEM significa acquisire almeno un livello di base di statistica, alfabetizzazione dei dati, comprensione della logica dei modelli, uso consapevole degli strumenti di intelligenza artificiale e, quando utile al proprio ambito disciplinare, elementi di programmazione. Non tutti devono essere in grado di costruire un modello di intelligenza artificiale da zero, ma chi lo utilizza professionalmente dovrebbe essere in grado di esaminarne criticamente i dati di addestramento, le ipotesi sottostanti, gli errori tipici e le condizioni di validità dei risultati prodotti.

11 Conclusione

La formazione STEM mantiene un vantaggio specifico nei ruoli dedicati alla costruzione e alla manutenzione dell’infrastruttura tecnologica, ma questo vantaggio non costituisce una protezione universale contro la trasformazione del lavoro indotta dall’intelligenza artificiale. Nella maggior parte dei lavori in cui l’intelligenza artificiale viene applicata a problemi reali, la combinazione più preziosa risulta essere una competenza verticale, bancaria, medica, industriale, giuridica, scientifica o sociale a seconda del settore, unita alla capacità di dialogare operativamente con dati e algoritmi. L’intelligenza artificiale riduce il valore economico dell’esecuzione standardizzata di compiti noti e aumenta quello della formulazione corretta del problema, della verifica dei risultati e dell’assunzione di responsabilità sulle decisioni finali. Il vantaggio competitivo nel prossimo mercato del lavoro appartiene quindi meno a uno “STEM puro” o a un “non-STEM puro” e più alle persone capaci di collegare competenza tecnica e conoscenza approfondita del mondo in cui quella competenza viene applicata.


Trasparenza sull’uso dell’intelligenza artificiale

L’uso di strumenti di intelligenza artificiale generativa è dichiarato esplicitamente in quanto parte del processo di lavoro seguito nella redazione del presente documento. Tali strumenti sono stati impiegati a supporto della lettura, della sintesi, della riorganizzazione argomentativa e della revisione testuale, sempre nell’ambito di un processo pienamente controllato dall’autore.

La responsabilità per le fonti utilizzate, le analisi condotte, le verifiche effettuate, le interpretazioni proposte e le conclusioni formulate resta interamente in capo all’autore.

L’intelligenza artificiale è stata utilizzata come ambiente di supporto cognitivo ed editoriale, non come fonte primaria, autore autonomo o sostituto del giudizio critico.

12 Referenze

[1]
Istat, «Livelli Di Istruzione e Ritorni Occupazionali. Anno 2024», Istituto nazionale di statistica, 2025.
[2]
World Economic Forum, «The Future of Jobs Report 2025», World Economic Forum, 2025.
[3]
European Investment Bank, «Investment Report 2025/26: Capitalising on Europe’s Strengths», European Investment Bank, 2026.
[4]
A. Green, «Artificial Intelligence and the Changing Demand for Skills in the Labour Market», OECD, OECD Artificial Intelligence Papers 14, 2024. doi: 10.1787/88684e36-en.
[5]
OECD, «OECD Employment Outlook 2023: Artificial Intelligence and the Labour Market», OECD Publishing, 2023.
[6]
OECD, Artificial Intelligence and the Labour Market in Japan. OECD Publishing, 2025. doi: 10.1787/b825563e-en.
[7]
European Investment Bank, «EIB Investment Survey 2025 (EIBIS): EU Overview», European Investment Bank, feb. 2025.
[8]
M. Cazzaniga et al., «Gen-AI: Artificial Intelligence and the Future of Work», International Monetary Fund, IMF Staff Discussion Note 2024/001, 2024. doi: 10.5089/9798400262548.006.
[9]
P. Gmyrek, J. Berg, D. Bescond, P. A. Gmyrek, e E. Ramirez, «Generative AI and Jobs: A Refined Global Index of Occupational Exposure», International Labour Organization, ILO Working Paper 140, 2025. doi: 10.54394/HETP0387.
[10]
L. Abrardi, C. Cambini, e L. Rondi, «Artificial Intelligence, Firms and Consumer Behavior: A Survey», Journal of Economic Surveys, vol. 36, fasc. 4, pp. 969–991, set. 2022, doi: 10.1111/joes.12455.
[11]
F. Jaumotte et al., «Bridging Skill Gaps for the Future: New Jobs Creation in the AI Age», International Monetary Fund, IMF Staff Discussion Note SDN/2026/001, 2026.
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