Chi dipende davvero: le imprese italiane e i prodotti strategici importati
Un approfondimento sul Box 3.3 del Rapporto di Geoeconomia 2026
Il Rapporto di Geoeconomia del Centro Studi Confindustria misura quanto l’Italia dipende dall’estero per prodotti strategici; l’approfondimento curato dall’Istat si sposta dal “quanto” al “chi”, individuando le imprese che importano beni insieme strategici, scarsi e difficilmente sostituibili. Il documento ricostruisce la definizione operativa di Foreign Dependent Product, la lista dei prodotti strategici, i numeri delle imprese coinvolte e i limiti di una ricostruzione condotta solo su dati pubblici.
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1 Il problema
Il Rapporto di Geoeconomia 2026 del Centro Studi Confindustria ricostruisce le fratture geografiche, tecnologiche e geopolitiche del commercio mondiale e la loro ricaduta sull’industria italiana [1]. Nel capitolo dedicato alle dipendenze, l’analisi misura quanto il sistema produttivo dipende da fornitori esteri per prodotti considerati strategici. L’approfondimento curato dall’Istat sposta la domanda sul chi: quali imprese importano quei beni e che cosa accadrebbe al resto dell’economia se la fornitura si interrompesse.
La risposta è una concentrazione marcata. Poche centinaia di imprese, trascurabili per numero, hanno un peso economico molto superiore al loro peso numerico e sono esposte a prodotti che il sistema produttivo italiano non è in grado di sostituire nel breve periodo.
2 Due definizioni e un’intersezione
2.1 Prodotto strategico
Un prodotto è considerato a valenza strategica quando la sua fornitura da fuori dell’Unione europea può essere messa a rischio da variazioni anomale dei prezzi o da restrizioni all’export, e quando è ritenuto essenziale per la sicurezza economica del sistema produttivo. La selezione non parte dalla nozione di “alta tecnologia” usata in ambito OCSE ed Eurostat, che non coglie materie prime e semilavorati, ma dalla documentazione programmatica europea: il quadro di riferimento è la Piattaforma per le tecnologie strategiche per l’Europa (STEP), integrata, per la classe delle materie prime critiche, dal Critical Raw Materials Act, mentre il Net-Zero Industry Act costituisce il contesto della transizione energetica [2], [3], [4].
Nessuno di questi regolamenti contiene un allegato doganale a otto cifre. La lista dei prodotti strategici è una tassonomia empirica elaborata dai ricercatori Istat a partire dai settori ammissibili al quadro STEP [5], Nota metodologica, pp. 91-104. Comprende 317 voci della Nomenclatura combinata, raggruppate in otto classi: manifattura e robotica avanzata (62), materie prime critiche (49), energia alternativa e storage (44), semiconduttori ed elettronica (44), difesa e aerospazio (39), biotecnologie e salute (33), petrolchimica e chimica di base (27), tecnologie critiche per il nucleare (19).
2.2 Foreign Dependent Product
La nozione di Foreign Dependent Product nasce dalla letteratura sulle dipendenze strategiche. La Commissione europea individua i prodotti dipendenti con tre indicatori calcolati sui flussi extra-europei — la concentrazione dei fornitori, la quota extra-europea sull’import e il rapporto tra import extra-europei ed export totale [6, pp. SWD(2021) 352] — impostazione ripresa dalla Banca d’Italia su microdati d’impresa [7, pp. 13–16] e dalla letteratura sulla resilienza delle catene del valore [8].
L’Istat adotta una variante “italo-centrica”, nella quale anche le forniture provenienti da altri paesi europei sono trattate come potenzialmente esterne, e riduce la definizione a due condizioni operative [9, pp. 67–68]:
- non sostituibilità: l’Italia ne importa più di quanto ne esporta; il saldo commerciale negativo è usato come proxy di una limitata sostituibilità interna;
- scarsità geografica: il primo paese fornitore copre almeno il 50 per cento delle importazioni nazionali del bene.
La prospettiva è “italo-centrica”: un prodotto può essere FDP anche quando il primo fornitore è europeo, perché ciò che conta è la concentrazione della fonte, non la sua distanza geografica.
2.3 L’intersezione
I prodotti che sono contemporaneamente strategici, scarsi e difficilmente sostituibili si ottengono incrociando le due classificazioni. Nel Rapporto di Geoeconomia questo sottoinsieme conta 36 prodotti, importati da 401 imprese. La stessa analisi, nella più recente edizione del Rapporto sulla competitività dei settori produttivi dell’Istat, individua 38 prodotti e 583 imprese [5, Par. 3.3.2], pp. 79-80. Le due edizioni condividono l’impianto metodologico ma non il perimetro del dataset d’impresa. Le fonti pubbliche non consentono di riconciliare i due conteggi: la base dati e i filtri applicati alle imprese non sono documentati in modo completo e non è possibile attribuire con certezza la differenza a una singola causa.
Va segnalato un punto tecnico. Il prospetto dei 38 prodotti pubblicato dall’Istat include due voci — due codici doganali di imbarcazioni — che non compaiono nella lista dei 317 prodotti strategici dello stesso Rapporto. Si tratta di codici validi nella nomenclatura 2023, scambiati da altri paesi europei, ma per i quali l’Italia non registra alcuna importazione: la lista dei 317 è costruita sull’import effettivo e quindi li esclude, mentre l’insieme FDP li contiene. Incrociando i due elenchi pubblicati, l’intersezione scende quindi a 36 prodotti. Si tratta di un’incongruenza interna alla pubblicazione Istat, che dichiara 38 prodotti FDP strategici ma ne omette due dalla lista dei 317; essa offre una spiegazione verosimile, ma non provata, del conteggio di 36 riportato dal Rapporto di Geoeconomia, che non pubblica l’elenco analitico dei propri codici. La differenza di conteggio non spiega in ogni caso il divario tra le 401 imprese del Rapporto di Geoeconomia e le 583 dell’Istat, che potrebbe dipendere dai filtri microeconomici applicati al dataset delle imprese.
3 Le imprese
L’analisi procede per gradi. Le imprese che importano almeno uno dei 317 prodotti strategici sono lo 0,7 per cento del sistema produttivo, ma concentrano il 18 per cento degli addetti e il 33,2 per cento del valore aggiunto: l’import strategico, in sé, è un fenomeno diffuso e rilevante in quasi un terzo dell’economia privata. Il sottoinsieme FDP è molto più ristretto. Le 401 imprese che importano i 36 prodotti FDP strategici rappresentano lo 0,01 per cento del sistema produttivo, ma occupano circa 148.000 addetti e presentano caratteristiche strutturali molto diverse dalla media [1], Box 3.3, pp. 102-106:
| Indicatore | Imprese FDP | Altre imprese | Totale sistema |
|---|---|---|---|
| Imprese (numero) | 401 | 4.748.439 | 4.748.840 |
| Addetti medi per impresa | 369,4 | 3,9 | 3,9 |
| Produttività media (euro per addetto) | 136.246 | 57.834 | 58.447 |
| Propensione all’export (export su fatturato) | 33,8% | 12,3% | 12,9% |
| Import su costi intermedi | 31,0% | 13,3% | 13,8% |
Sono quindi imprese grandi, produttive e internazionalizzate; il rapporto sulla produttività è più che doppio (2,4 volte), quello sulla propensione all’export quasi triplo. Nel complesso generano circa 20 miliardi di euro di valore aggiunto e 110 miliardi di fatturato, su un totale di 148.137 addetti [1], Box 3.3, pp. 102-106. Nella più recente edizione Istat il perimetro aggiornato conta 583 imprese, 175 mila addetti, circa 23 miliardi di valore aggiunto e 130 miliardi di fatturato [5, Par. 3.3], pp. 79-82.
La rilevanza di queste imprese non è solo dimensionale. Il Rapporto associa loro un indice di rilevanza sistemica (IRIS) pari a 7,22, contro valori prossimi a zero per le altre imprese, ma la capacità di propagazione è molto concentrata: l’indice raggiunge 14,70 negli altri servizi e 10,80 nell’industria, mentre nel commercio si ferma a 1,56 [1], Box 3.3, pp. 102-106. Le 401 imprese sono concentrate nell’industria (191) e nel commercio (158), che insieme rappresentano quasi il novanta per cento del totale.
Due dati aiutano a leggere il canale di trasmissione. Il primo riguarda la destinazione d’uso: il 38,5 per cento del valore dei prodotti FDP importati è destinato alla rivendita o alla riesportazione, soprattutto nel commercio, mentre la parte restante alimenta investimenti in impianti e attrezzature, input primari della manifattura e input operativi come carburanti e ricambi logistici [1], Box 3.3, pp. 102-106. Il secondo riguarda la geografia delle forniture: le dipendenze non guardano solo verso la Cina. Gli Stati Uniti forniscono l’81,1 per cento delle importazioni FDP di difesa e aerospazio e il 75,5 per cento di quelle petrolchimiche, Taiwan l’88,7 per cento dei semiconduttori e dell’elettronica, la Cina il 52,4 per cento dei beni di manifattura e robotica; per le altre categorie prevalgono fornitori europei. La vulnerabilità strategica italiana è quindi fatta di colli di bottiglia bilaterali, anche verso alleati occidentali.
4 Quanto vale l’import strategico
Sul piano macro, l’import italiano di beni strategici è quantificabile sui dati del commercio estero. Interrogando la lista dei 317 codici e sommando i flussi disponibili, l’import strategico vale circa 134 miliardi di euro nel 2023, 114 nel 2024 e 108 nel 2025, pari a una quota compresa tra il 18 e il 23 per cento dell’import italiano di merci, con una media del 20,3 per cento sul triennio [5], Nota metodologica, pp. 91-104, [10]. I valori sono calcolati sui flussi di importazione dell’Italia dal Mondo per l’insieme dei codici, a frequenza mensile e in euro, aggregati per anno; nei singoli anni risultano valorizzati tra 297 e 300 dei 317 codici, perché i restanti non presentano flussi registrati o sono soggetti a riservatezza statistica. Il dato è coerente con la stima pubblicata dall’Istat, che colloca la quota sopra il 20 per cento per le principali economie europee.
| Anno | Import strategico (mld euro) | Import totale (mld euro) | Quota |
|---|---|---|---|
| 2023 | 133,8 | 590,3 | 22,7% |
| 2024 | 114,3 | 572,6 | 20,0% |
| 2025* | 107,6 | 590,7 | 18,2% |
| Aggregato 2023-2025 | 355,8 | 1.753,7 | 20,3% |
2025 provvisorio. Le quote annuali sono calcolate sui rispettivi totali annui; la quota dell’ultima riga è sul valore cumulato 2023-2025.
La composizione per classe mostra due pesi dominanti, petrolchimica ed energia alternativa e storage, che insieme rappresentano il 64,1 per cento dell’import strategico del triennio, con un valore che coincide con il 64 per cento indicato dal Rapporto di Geoeconomia. Va però letto con attenzione: la classe “energia alternativa e storage” comprende, per oltre tre quarti del proprio valore nel 2023 (75,5 per cento), gas naturale, gas naturale liquefatto ed elettricità, cioè fonti energetiche convenzionali classificate insieme alle tecnologie della transizione. La lettura geoeconomica va quindi condotta sul dettaglio merceologico, non sull’etichetta della classe.
| Classe | 2023 | 2024 | 2025* |
|---|---|---|---|
| Energia alternativa e storage | 47.742,9 | 35.448,7 | 36.766,4 |
| Petrolchimica e chimica di base | 43.383,2 | 37.083,5 | 27.725,6 |
| Biotecnologie e salute | 16.448,4 | 17.181,5 | 18.101,5 |
| Manifattura e robotica avanzata | 15.252,2 | 14.538,4 | 15.111,7 |
| Semiconduttori ed elettronica | 4.730,6 | 3.761,2 | 3.699,7 |
| Materie prime critiche | 3.500,6 | 3.003,8 | 2.922,1 |
| Difesa e aerospazio | 2.562,2 | 3.176,3 | 3.153,7 |
| Tecnologie critiche per il nucleare | 145,8 | 147,3 | 163,3 |
Import in milioni di euro; * dato provvisorio. Elaborazione su dati Eurostat Comext [10].
5 Accessibilità dei microdati e riproducibilità
La lista dei 317 prodotti e i codici dei prodotti FDP strategici sono pubblici, così come i flussi doganali aggregati. Questo consente di riprodurre la componente macro dell’analisi: le quote di import strategico per anno e per classe, la concentrazione dei fornitori e il confronto con il resto dell’Unione europea.
Non è invece ricostruibile dall’esterno la parte microeconomica. Il passaggio dalle importazioni aggregate alle imprese richiede l’incrocio tra i codici doganali e i registri statistici delle imprese, accessibili unicamente all’interno dell’Istat e protetti dal segreto statistico: da qui derivano i numeri delle imprese, degli addetti, della produttività e del fatturato. A questo si aggiunge il mascheramento statistico dei flussi sensibili — materiali nucleari, difesa, alcune materie prime critiche — che nei dati pubblici risultano accorpati sotto partner non nominati e rendono imprecisa la ricostruzione della concentrazione a livello di singolo prodotto.
La replica dei criteri FDP sui soli dati pubblici ne è un esempio. Applicati ai 38 prodotti, la condizione di non sostituibilità è soddisfatta per 34 prodotti e quella di concentrazione è soddisfatta per 23 (con la soglia del primo fornitore al 50 per cento) o per 31 (con la soglia dell’indice di Herfindahl-Hirschman, HHI, a 2.500). Le due condizioni insieme valgono rispettivamente per 21 e per 29 prodotti su 38: i conteggi calcolati su fonti aperte vanno quindi letti come ricostruzione parziale, non direttamente comparabile con quella basata sui microdati Istat: il mascheramento dei flussi può alterare in direzioni diverse le misure di concentrazione osservate.
Nota metodologica
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